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Home Economia e Politica Berlusconi, Bossi e la politica del tengo famiglia
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Berlusconi, Bossi e la politica del tengo famiglia |
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Scritto da Francesco Persili
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Friday 02 January 2009 |
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I figli so' piezz’ e' core, si sa. E chi può, a suo figlio un aiuto glielo dà. Chi non può, naturalmente s’arrangi come può, come sa. Ma questa è un’altra storia. No, questa è la storia dell’Italia dei (ram)polli, dei figli di papà e dei partiti a conduzione famigliare, come certe pensioni romagnole. Si riceve in eredità una passione, forse, una missione, sicuramente un posto di lavoro. Indipendentemente dai talenti e dal merito. La selezione si fa sulla base della discendenza dinastica e del cognome. È sempre l’Italia del tengo famiglia, bellezza.
La vicenda di Cristiano Di Pietro, figlio di Tonino, che ha lasciato l'Italia dei Valori, il partito di papà, ma resta consigliere provinciale di Campobasso come «indipendente», è solo la punta dell’iceberg. Di Umberto Bossi e del figlio Renzo, “più che un delfino una trota”, si conoscono perfino alti e bassi, più bassi che alti, del passaggio di testimone preparato ma non ancora consumato. Il Senatùr che gli nega l’Isola dei Famosi e lo avvicina alla politica. Piuttosto che Simona Ventura, gli fa conoscere Berlusconi e respirare l’aria dei vertici a Palazzo Grazioli. Gli tiene il posto in caldo, insomma, prepara una successione morbida ma il pargolo per tutta risposta lo ricambia collezionando tre-bocciature-tre all’esame di maturità. I soliti professori comunisti e romani, e come no? Renzo, a dire il vero, non si aiuta e continua a dare ascolto al padre presentando la tesina sull’ostico Carlo Cattaneo, filosofo lumbard e teorico del federalismo.
Le colpe (e i mestieri) dei padri ricadono sui figli. Vale un po’ per tutti, in politica e nel giornalismo, che lo sanno tutti, più che di genio è una questione di geni. È dura la vita dei figli d’arte, sempre al centro di invidie, attacchi, e con l’insostenibile pesantezza del paragone. Eppure Paolo Maldini è riuscito a fare meglio in campo di papà Cesare. Come Massimo D’Alema, il primo ex comunista che è riuscito ad entrare a Palazzo Chigi, che ha messo a frutto la lezione del padre, già deputato del PCI. Una comunione di destini come quella tra Tonino e Cristiano Di Pietro. Sempre insieme, uniti nella buona e nella cattiva sorte. Il figlio poliziotto faceva da scorta al padre pm, poi il loro sodalizio si è fatto più maturo, guarda un po’, come è straordinaria la vita, e si è rinsaldato nella politica. Ma la politica non lascia spazio ai sentimenti e ammette i colpi sotto la cintura. Così per colpire il padre, mettono all’angolo il figlio per una storia di (presunte) raccomandazioni. E poco importa, se a farlo, sono gli stessi che ogni due per tre si dichiarano garantisti.
È l’Italia dei livori ma anche dei favori, il modello unico, o meglio prevalente, è quello del «partito famigliare». L’ultima frontiera della Seconda Repubblica. Un leader che come un monarca assolutista passa poltrona e privilegi ai figli, e formazioni politiche che sembrano un albero genealogico. Mariella Bocciardo, la prima moglie di Paolo Berlusconi, siede in Parlamento. Con il Pdl, naturalmente, dove c’è già chi pensa al dopo Silvio. Dopo Silvio, un altro Silvio. Magari giovane e aitante, come Piersilvio, che intanto con la primogenita Marina gestisce Mediaset. Un berluschino mica male. Da sposare, ottimo partito, lo dice anche il babbo, e lo raccomanda, come l’altro figlio Luigi, alle ragazze precarie: «Devi sposare il figlio di Berlusconi, o qualcun altro del genere». Ma sul Cavaliere, è troppo facile. Come dire di Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini e dell'Udeur di Mastella, casi totemici, esempi che fanno storia. Nel 2005 Clemente Mastella chiede (ed ottiene) che la moglie Sandra venga inserita nel listino del Governatore Bassolino. Una volta eletta, ottiene per lei la presidenza del parlamentino della Regione Campania. Ai tempi del secondo governo Prodi, poi uno dei figli di Mastella, Pellegrino entra con regolare contratto da consulente al ministero dello Sviluppo Economico, e papà Clemente esulta: ”Se l’è proprio meritato”. Senza considerare cadreghe e strapuntini che il Lieberman del Sannio riesce a strappare forte di quel pugno di voti con il quale riesce a condizionare la vita dei governi, e delle amministrazioni locali, di centrosinistra.
La politica ha le sue leggi, certo, ma la sindrome del familismo ha colpito tutti. Anche i dipietristi. Il guastafeste molisano nell’Italia dei Valori non ha imbarcato solo il figlio ma anche il cognato Gabriele Cimadoro. Storie vecchie quella di Bruto e Giulio Cesare, e in piccolo di Mussolini e Galeazzo Ciano. Non mettono più paura le pugnalate alle spalle e i tradimenti dei parenti serpenti. Il lavoro si tramanda di generazione in generazione. Beninteso sempre all’interno delle mura domestiche. Fa bene il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a parlare di un’Italia più giusta che riconosca il merito e premi l’ascesa sociale di chi parte da dietro ma come si può se oggi i figli di imprenditori, professionisti, dirigenti, impiegati di alto livello pubblico e privati, hanno una probabilità di rimanere nella stessa categoria dei genitori 17 volte superiore ai ragazzi di altre condizioni? Berlusconi disse che il figlio di un operaio non potrà mai essere uguale a un figlio di un imprenditore. E il suo governo si sta impegnando in questa direzione. Ascensore sociale bloccato, società ferma, Paese immobile. Nemmeno la rivoluzione si può fare perché, come diceva Mario Missiroli, siamo tutti parenti. E, poi, diciamola tutta anche nella sinistra extraparlamentare, il posto non te lo conquisti ma te lo trovi in dote perché sei uno di famiglia. Un comunista ortodosso come Armando Cossutta si portò in Parlamento la figlia Maura e il signor No dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio volle con sé il fratello Marco, il quale invece del low profile fece notare con insopportabile baldanza: «Non vedo dov'è lo scandalo. Io nasco calciatore, da qualche anno c'è un leader del centrosinistra che mi stima e mi vuole candidare: in fondo è lui ad averne un vantaggio».
Nulla di nuovo sotto il sole, comunque. Anche nella Prima Repubblica abbondavano i figli d’arte ma almeno non la facevano così sfacciata. ”
La Democrazia
cristiana aveva scelto una consuetudine – ricorda il centrista Bruno Tabacci - i figli dei leader non potevano entrare in politica sino a quando la parabola politica dei genitori non si fosse conclusa”. Un principio difficile da applicare oggi. La politica è una professione che passa di padre in figlio come un negozio, uno studio legale, un desk in banca o in un giornale. Perché il padre non passa la mano, anzi raddoppia. Si fida solo sei di famiglia. Ma nessuno si senta escluso dall’accusa di essere figlio di. Nemmeno la jena Alessandro Sortino che si presentò (sbagliando) con le arance al figlio di Mastella, Elio, dopo l’arresto della mamma e rimase di sasso quando l’erede di Clemente gli ricordò che da lui la morale non la poteva accettare perché il padre lavorava all’Authority delle telecomunicazioni. A proposito della politica che diventa un affare di famiglia e dei mestieri che si trasmettono per dinastia, ecco l’invasione dei (ram)polli d’allevamento. E per chi ha il cognome sbagliato, le alternative sono due: tenersi l’Italia dei clan o provare a cambiarla.
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Ultimo aggiornamento ( Friday 02 January 2009 )
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